Durante la gravidanza mi son sentita dire spesso: «sei coraggiosa a partorire in casa nascita anziché all’ospedale, io non lo farei mai!». Ogni volta rispondevo che non era affatto una questione di coraggio, ma che al contrario avevo una gran paura del parto in ospedale, e che avevo scelto il parto naturale proprio per sentirmi più sicura e accompagnata. Qui vorrei spiegare il perché.
In casa nascita conosci la levatrice che seguirà interamente il tuo parto con largo anticipo, incontrandola dalle 5 alle 10 volte (se è lei a dare il corso preparto). L’idea di arrivare in ospedale con le contrazioni e scoprire il viso della levatrice di turno sul momento, e probabilmente di vedere altri visi nuovi – con personalità, approcci, umori, caratteri diversi – darsi il cambio durante il travaglio, non mi rassicurava.

Per accompagnarmi in questo percorso intimo e delicato sentivo di aver bisogno di essere connessa sottilmente con la mia levatrice, una donna che dopotutto si apprestava a condividere e supportare uno degli eventi più importanti della mia vita e a rivestire un ruolo ben più profondo di quello di controllare la dilatazione o dirmi come spingere. Conoscersi con la levatrice è stato fondamentale per fluire insieme durante il parto, per sviluppare una fiducia assoluta nelle capacità professionali e umane di lei, e affinché lei potesse interpretare i miei segnali di fronte al dolore e incoraggiarmi nel modo più opportuno. Il mio parto è stato armonioso e morbido in gran parte grazie a questa reciproca fiducia e stima.

La casa nascita è un ambiente intimo, caloroso, accogliente, curato nei minimi dettagli dalle levatrici, e impregnato di un’energia unica e immediatamente percettibile dovuta al passaggio di decine di mamme cariche di entusiasmo, aspettativa, endorfine ed ossitocina, ossia di gioia e amore in quantità e qualità mai conosciute prima. Per contro, ogni volta che mi sono trovata in un reparto maternità di ospedale – dopo aver attraversato il corridoio del pronto soccorso e poi dell’oncologia – ho sempre provato un certo disagio dovuto alla necessità di fare astrazione dal pensiero della malattia e della morte.

Anche in un reparto maternità gli spazi sono adornati in maniera confacente al contesto, ma gli adesivi di Winnie the Pooh sul vetro della sala in cui sono parcheggiati i neonati non rende molto meno asettico e impersonale l’ambiente, e le vecchie bambole svestite tutte schiacciate in un cassettone di plastica trasparente in sala d’aspetto (in stile Emmaus) sono una visione più macabra che confortante.

Non sto attribuendo un’importanza superficiale alla qualità dell’arredamento o al gusto con cui è stato curato, poiché mi sono sentita avvolta dallo stesso calore che in casa nascita anche in una baracca con il pavimento in terra battuta nel profondo Messico dove i bambini indigeni nascono davanti al fuoco. Questo perché sono luoghi che qualcuno considera casa, sono dei nidi per qualcuno che se ne prende cura in quanto tali, dunque con amore e dal cuore, mentre un ospedale per definizione non è la casa di nessuno e chi ci passa il tempo lo fa per malattia o per lavoro. Di fronte alla possibilità di scegliere – ben consapevole del mio privilegio – ho scelto di partorire in un ambiente curato in cui mi sentivo a mio agio, e non di passaggio per sbrigare una faccenda di poco conto o poco gradevole. Non sono stata coraggiosa, ho solo scelto quello che preferivo. E questo non solo perché volevo sentirmi comoda durante quelle poche ore, ma perché queste variabili che si possono considerare «secondarie» giocano in realtà un ruolo centrale nel caratterizzare emotivamente non solamente il parto, ma anche i mesi a seguire. Quando guardo la mia bambina sento la sua tranquillità, e per questa profonda pace ringrazio la casa nascita che mi ha dato la possibilità di vivere un parto dei più dolci. Miracoloso anziché traumatico.

Durante il pre travaglio e il travaglio ero sdraiata su un letto matrimoniale di fianco al mio compagno. Mi muovevo a piacimento senza intralci e per ogni posizione avevo il supporto necessario. Verso la fine del travaglio ho sentito il bisogno di mettermi in acqua e senza averlo previsto prima ho potuto terminare il parto in acqua. L’acqua calda ha immediatamente accelerato il processo, consentendomi di entrare nell’ultima fase del travaglio armoniosamente. Sostenendo il mio peso, eliminando dunque la fatica di dovermi sostenere sulle mie gambe o ginocchia, l’acqua mi ha permesso di concentrare tutte le mie energie nelle braccia, con le quali mi aggrappavo con forza alle maniglie della piscina per aiutare la spinta. Verso la fine ero fisicamente esausta, cioè lo sforzo che dovevo esercitare con le braccia era titanico, perciò non oso immaginare se per quell’ora e mezza la gravità mi avesse ulteriormente giocato contro aggiungendo il peso del mio corpo sulle gambe. Questa libertà di movimento e di scelta delle posizioni da adottare in ogni fase del travaglio, in uno spazio intimo senza andirivieni di persone sconosciute, non sono sempre scontati in una sala parto d’ospedale.

Dopo il parto siamo rimasti soli con il mio compagno, e abbiamo dormito nel letto matrimoniale con la nostra bambina a fianco, in una stanza tutta per noi. Ricordo il racconto di una mia amica a proposito della prima notte dopo il parto in ospedale, in cui ha pianto quando il suo compagno è andato a casa e lei ha dovuto dormire sola. Mi ritengo fortunata di aver potuto condividere questo momento di grande importanza con la mia neo famiglia al completo. In ospedale le condizioni strutturali della stanza –  condivisa e con letti singoli – comporta per necessità l’esclusione parziale del padre nel post parto, come se dopotutto il suo coinvolgimento sentimentale non fosse così determinante da giustificare i costi per una progettazione diversa degli spazi per la degenza post parto. Relegare il padre alla poltrona come qualsiasi visitatore non fa che corroborare sottilmente il sentimento di essere una comparsa durante l’intero processo di gestazione, parto e maternità, con conseguenze sullo sviluppo di una sano istinto genitoriale basato sulla piena condivisione delle responsabilità a tutti i livelli, incluso quello emotivo.

Va bene, ma parliamo dei veri motivi per cui una donna è pronta a trascurare questi aspetti «secondari» e a prediligere un parto medicalizzato in ospedale. Prima di affrontare il tema di un’eventuale emergenza che richiederebbe l’intervento tempestivo di un medico, il quale nel caso di un parto in casa nascita sarebbe ritardato dalla trasferta in ambulanza, vorrei parlare della peridurale. In casa nascita non si può ricorrere alla peridurale, o meglio, si può ma bisogna farsi trasferire in ospedale. Di fatto ho deciso di partorire in casa nascita per allontanare il più possibile da me la tentazione di ricorrere ad un’anestesia durante il parto. Dunque ancora una volta per paura di cedere più facilmente (e non per coraggio!) ho deciso di escludere (quasi!) del tutto la possibilità farlo. Ma perché mai temere di voler lenire il dolore e desiderare invece di trovare la forza di provarlo tutto fino in fondo?

La funzione del dolore nel parto è uno degli aspetti più misteriosi e straordinari di questo evento miracoloso che è la nascita. I picchi di dolore durante la contrazione producono adrenalina, che a sua volta nel momento della pausa stimola la produzione di ossitocina – l’ormone dell’amore e dell’apertura – e dell’endorfina – l’ormone della gratificazione, dell’abbandono, del legame e dell’analgesia. Questi due ormoni attiveranno in seguito la prolattina – l’ormone dell’istinto materno che prepara anche il colostro per il neonato. L’intensità della doglia viene così controbilanciata da una capacità sempre maggiore di tollerarla, grazie all’intensa calma che sopraggiunge durante la pausa, la quale avvolge anche il bambino aiutandolo ad affrontare la sua parte di stress nel processo della venuta al mondo. Il dolore e l’estasi diventano una cosa sola in un’esperienza intensissima dai risvolti quasi metafisici, che ci consente di diventare madri.

Con l’anestesia tutto questo non succede. Non c’è il dolore ma non c’è neppure la produzione di ormoni, non c’è lo stato ipnotico, quello estatico, il bambino non è protetto. In un parto naturale, nel momento in cui devi spingere arrivi al limite delle tue energie e tiri fuori una forza da leonessa che probabilmente non sapevi di avere, una fonte preziosa di coraggio che da quel momento sarà sempre disponibile e da cui potrai attingere per affrontare le prove future che ti riserverà la vita di madre. Con la peridurale, lo stimolo a spingere non arriva naturalmente e bisogna perciò farlo quando te lo dice il medico.

Pur sapendo che la peridurale a volte è necessaria e senza sentire nessun senso di colpa anticipato se mi fossi trovata nella condizione di richiedere il trasferimento in ospedale per riceverla, non volevo andare al parto con la paura del dolore, bensì con il desiderio profondo e selvaggio di sperimentarlo tutto fino al suo limite estremo, in quel punto dove la vita e la morte si incontrano e fanno avvenire i miracoli. Anche per questo motivo non ho voluto partorire in ospedale: per paura che non sarei stata coraggiosa abbastanza per rinunciare all’anestesia avendola a portata di mano. Credo che questa chiarezza rispetto alla funzione del dolore – acquisita un po’ per intuizione e un po’ grazie al corso preparto in casa nascita – insieme alla mancanza di vie di fuga, abbia potenziato la mia determinazione ad andare fino in fondo e mi abbia permesso di sperimentare senza resistenze l’intensa bellezza di questo processo.

Ok, ma se succede qualcosa di grave che mette in pericolo la vita del bambino o quella della madre? È vero, in ospedale si potrebbe intervenire con maggiore rapidità evitando così una possibile tragedia. Forse ho deciso di partorire in casa nascita per escludere questa prospettiva dal reame del possibile. Forse sono ingenua a pensare che escludendo a priori che succederà il peggio diminuiscano le possibilità che una tale eventualità si produca. Però in ogni caso preferisco recarmi al mio parto pensando alla vita che alla morte. Dunque, ancora una volta, non è per coraggio che ho scelto la casa nascita, ma per escludere completamente la paura – mia e degli altri – dalla mia mente, e per poter dare a mia figlia la possibilità di nascere sotto il segno della fiducia e dell’ottimismo.

Nathalie Codina