Era la mattina del 22 settembre 2020. La sera prima avevo deciso di fare la pizza e mangiarla a casa dei miei nonni, la stessa casa che mi ha vista diventare grande. Tutta la mia famiglia era riunita, tutti, tranne la persona che più avrei voluto avere al mio fianco, mio marito. Non gli era stato permesso di uscire dal suo paese e io mi ero ormai rassegnata all’idea di dover partorire sola, senza di lui.

Ma in fondo sola non lo ero mai stata, dentro di me c’era l’essere più grintoso che io conosca che mi dava energia e forza, ancora prima di venire al mondo.

Quella mattina mi sarei dovuta svegliare e dopo una doccia veloce andare a fare la mia tanto amata colazione al bar.

Mi sveglio relativamente tardi. Nelle settimane prima avvertivo tanta stanchezza che avevo deciso di assecondare, dormendo fino a tarda mattinata.

Vado in bagno e noto delle perdite rosse. Non mi sarei mai aspettata che il mio pre travaglio sarebbe iniziato così.

Nella mia mente ero convinta che sarebbe iniziato tutto con la rottura delle acque. Mantengo la calma, scendo le scale e vado da mia nonna: “Nonna ho delle perdite rosse, però non lo dico ancora alla mamma che è al lavoro altrimenti si preoccupa, tanto sicuramente mancano ancora tante ore”. Mia mamma era la persona che mi avrebbe accompagnata al parto. Chiamo Giulia, la mia tanto amata levatrice che sapevo bene mi avrebbe tranquillizzata. E così fu. Semplicemente dovevo tenere monitorata la situazione. Le sue parole anche durante la gravidanza mi hanno sempre rincuorata e dato tanta fiducia.

Decido di fare colazione, abbondante, decisamente abbondante. Mi concedo anche la Nutella che avevo bandito nei mesi precedenti. Probabilmente perché sarebbe stata una delle ultime volte che io e Marcos ci alimentavamo in contemporanea e ormai i kg presi erano 20 e non ci potevo fare più nulla.

Passai la giornata a casa con qualche dolore ma continuavo a fare tutto quello che avevo sempre fatto. Gironzolavo per la casa dei nonni, ascoltavo musica e in alcuni momenti mi rilassavo a letto.

Non volevo concentrarmi sull’idea del parto, per evitare di agitarmi, volevo semplicemente godermi il momento.

Verso sera sento di nuovo Giulia. Mi consiglia di mangiare leggero, di farmi una bella doccia calda e ci saremmo riaggiornate.

Nel frattempo mia mamma torna dal lavoro e mentre lei mi cucina un brodino caldo io mi preparo una salsa guacamole da accompagnare a delle verdure crude. (E menomale decisi di ascoltare il consiglio di Giulia perché la nausea che provai durante il travaglio attivo era assurda come quella del primo trimestre di gravidanza!).

Dopo cena faccio una lunga doccia calda, lavo i capelli e mentre l’acqua calda scorre, accarezzo la pancia, parlo al mio piccolo per dirgli che insieme ce l’avremmo fatta. Assieme avremmo superato tutto grandiosamente, e così fu. Lui ascoltò me e io ascoltai lui.

La mia adorata mamma mi propone di farmi un massaggio. Erano ormai le 23:00. Mentre le sere precedenti riuscivo ad abbandonarmi e rilassarmi completamente, quella sera non fu così. Le contrazioni arrivavano in modo irregolare e iniziavano ad essere più forti. Decisi comunque di andare a letto. Videochiamo mio marito. La conversazione non era spensierata come sempre, era interrotta da delle contrazioni che piano piano mi costringono ad alzarmi dal letto. Forse stanotte era la notte buona. Infondo il numero 23 mi è sempre piaciuto. Fin da bambina. Forse il mio ripetere a M. tutte le sere che io ero pronta e che aspettavo lui, quando lui se la sarebbe sentita, quando lui avrebbe scelto il giorno del suo compleanno, aveva funzionato. E lui aveva scelto.

Accendo la playlist, con le canzoni che volevo ascoltare durante il mio parto, spengo tutte le luci e accendo le candele di tutta la casa. Nel frattempo mia mamma e la mia cagnolina dormono nella stanza accanto. Cammino, cammino e cammino. Provo a sedermi sulla palla da pilates ma nulla, l’unica cosa che mi da sollievo è camminare. Mio marito mi dice che forse è il momento di contare le contrazioni. Iniziamo a contarle, erano regolari, frequenti e dolorose (minimamente se poi ripenso al dolore della fase finale del travaglio). Nel frattempo riempio la mia borraccia con dell’acqua di cocco.

Il dolore continua e sembra aumentare. All’1:30 di notte decido di chiamare Giulia.

È ancora un po’ presto, decidiamo di aspettare e di riaggiornarci tra un’oretta.

Continuo a camminare per casa, ora la luminosità del cellulare mi da fastidio e saluto mio marito dicendo che lo avrei tenuto aggiornato.

Mi sdraio sul letto e ho una visione. Probabilmente è questo il famoso stato di trans che tante donne in travaglio raccontano. Vedo M., ha circa 4 anni, mi sorride, ha il nasino all’insù e i capelli lunghi marroni.

Il dolore continua, e stare sdraiata diventa sempre di più una tortura. Decido di svegliare mia mamma. Continuo a camminare per casa e ad andare in bagno. Poi riprovo a rimettermi a letto per cercare di dormire, perché la stanchezza aumentava, ma nulla. “Mamma chiama Giulia, voglio andare in Casa Nascita”. Nel frattempo la mia cagnolina, forse preoccupata per quello che stava succedendo decide di fare pipì sul letto.

Alle 3:00 ci dirigiamo verso le DieciLune. Giulia mi chiama, vuole capire in che stato sono, fatico a parlare, il dolore è sempre più forte. Esco di casa, è notte fonda, fuori piove e con la mente cerco di stampare quelle immagini per custodirle per sempre con me.

Durante il tragitto non riuscivo a stare seduta in nessun modo. Tra una contrazione e l’altra ero ancora molto vigile, chiamo mio marito, e lo aggiorno, da li a poco saremmo diventati mamma e papà a tutti gli effetti!

Arriviamo finalmente. Il fresco di quella sera di fine settembre e la pioggerella mi fanno sentire bene. Alla porta di entrata arriva Giulia, che con il suo sorriso mi trasmette profumo di casa.

“Vuoi prendere l’ascensore?” “No faccio le scale” (ero convinta che fare le scale mi avrebbe aiutata a partorire prima, e forse in effetti ha aiutato).

Giulia mi visita. Sono dilatata di 4 cm. Solo 4 cm? Come è possibile? Tutto questo dolore e solo 4 cm? Mi scoraggio. Giulia mi tranquillizza, “Chiara stai tranquilla, non per forza vuol dire che manca tanto”. Aveva ragione. Cerco di rilassarmi il più possibile. Lascio scegliere al mio corpo e al mio bambino il da farsi. Assecondo il più possibile i suoi segnali. Cerco nuovamente di sdraiarmi sul letto, la stanchezza si faceva sentire e io volevo dormire. Tengo stretta a me la collana che mio marito mi ha regalato quando ci siamo conosciuti la prima volta. Lui era li accanto a me con il cuore e con la mente.

Mi alzo di nuovo, ok, stare a letto non mi aiuta, il dolore lo sento più forte.

Vado in bagno, voglio che mia mamma mi stia accanto. La sua presenza silenziosa e discreta mi rassicura tanto. Non parla. Ma c’è non appena ho bisogno di lei. Aveva capito perfettamente quello di cui avevo bisogno.

Nel frattempo Giulia prepara la piscina con l’acqua calda e profuma la stanza con l’olio essenziale di lavanda. Decido di mettere la playlist che avevo scelto, ma dopo le prime note, no, quella musica non mi piaceva come quando l’avevo scelta sognando il mio parto. Scelgo una melodia senza parole, solo suoni dolci e rumori della natura. Entro in acqua e mi lascio completamente andare tra una contrazione e l’altra. Rimango sola nella stanza. Mi abbandono completamente, io e il mio bambino galleggiamo dentro l’acqua calda, tra l’ossitocina e la lavanda. Ricordo quel momento come pieno di pace. Poi torna il dolore, ed inizia ad essere veramente insopportabile. Sentivo caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. Giulia mi visita di nuovo. Sono di circa 8 cm. Ok, manca veramente poco. Esco dall’acqua. Rimango molto tempo in bagno. Poi cammino di nuovo. Muovo il bacino, e quando la contrazione arriva è forte, prorompente, incontrollabile, mi lamento e urlo. Giulia con la voce mi accompagna nel mio lamento. Il lamento mi aiuta a concentrarmi meno sul dolore. Mi immagino M. che cerca di farsi spazio dentro di me. Chiedo a Dio di aiutarmi e di proteggerci.

Ho voglia di spingere ma è ancora troppo presto. “Chiara cerca di spingere solo quando il desiderio è talmente forte da essere incontrollabile”. Mi rivisita da dentro l’acqua. Sono di 9 cm ma un lato non è ancora pronto. Passo gli ultimi attimi del travaglio dentro l’acqua calda, mi muovo anche dentro l’acqua, ondulo il bacino, cambio posizione, poi mi alzo in piedi, poi mi immergo di nuovo in acqua. Tengo la mano di mia mamma, che ora è accanto a me. Arriva anche Maike, la seconda ostetrica. Capisco che siamo veramente alla fine. Inizio a spingere, ma ho paura. Il dolore e il bruciore che sento è lancinante. Penso a M., ancora dentro di me, che sta cercando la via per venire al mondo, tutto questo da senso al mio dolore. Quando arriva la contrazione, l’unica cosa che mi fa sentire bene è spingere. Penso di non farcela. Il dolore è incontrollabile. Spingo ma non con tutte le mie forze. Sento dentro di me la testolina di M. passare attraverso il bacino, e quando la contrazione passa, la testa torna su. Mi sento abbattuta. Sono troppo stanca fisicamente per accogliere al mondo il mio bambino come avrei voluto fare. Che non avrà un’accoglienza che si merita. Che non ce la faccio, che non riesco a farlo uscire, che ho paura perché è troppo grande.  “Vedrai che lo accoglierai alla grande Chiara, perché la stanchezza passerà. Il tuo corpo è fatto per il tuo bambino, e il tuo bambino è fatto per te, stai andando benissimo Chiara. Pensa di essere su un trampolino, l’acqua lá sotto è meravigliosa e ti sta aspettando, è arrivata l’ora di tuffarti. E una volta arrivata sopra il trampolino non puoi più tornare indietro, devi metterci tutta te stessa.”

Arriva la contrazione, mi sento una leonessa piena di forze. Spingo con tutta la forza che ho. Ho un’energia che mi sembra sovrannaturale. Parlo a M., gli chiedo di aiutarmi, manca poco al nostro primo incontro.

Esce la testa, sento con la mano la testolina del mio bebè, che è ancora avvolto dal sacco amniotico.

Di questi attimi ho i ricordi offuscati, fino al momento in cui Giulia mi chiede se avrei voluto prendere in braccio io M. appena fuori dal mio ventre. E così fu. Tra l’odore di lavanda, l’acqua calda, il calore di una stanza illuminata solo da una luce arancione di una lampada di sale, accerchiato da 4 donne, viene al mondo M., la mattina del 23 settembre 2020. Lo tiro fuori dall’acqua con l’aiuto di Giulia, lo stringo a me e i nostri sguardi si incrociano per la prima volta. Io e te, piccolo mio, ce l’abbiamo fatta.

Chiara